martedì 27 dicembre 2011

auguri di Natale 2011: Da una rosa e il suo bocciolo


Ecco il mio cespo di sei rose (Sofia, Ambra, Morgana, Evita, Maria Zoe e Sebastian) con Babbo Natale n° 1. In diretta da casa mia.



UNA ROSA A NATALE
Voglio donarTi una Rosa e il suo bocciolo.
Cantano la Vita sul terrazzo di casa mia.
L’inverno li sfiora e passa oltre.
Oltre la legge del tempo,
... oltre la paura di rinsecchire.
Verrà la neve a raffreddarne i petali.
Verrà il ghiaccio a intirizzirne il seno di velluto.
Ma la rosa e il suo bocciolo
solfeggiano note di coraggio
sul terrazzo di casa mia.
La loro essenza giunga a Te
che sei lontano,
a Te che sei vicino
ma troppo indaffarato
per ammirare una Rosa
che fiorirà questo Natale.
Anche per Te.
Pierina


venerdì 23 dicembre 2011

SARAJEVO: Il primo cappello


Il sole  mi picchiava dritto in testa. In quel mezzogiorno d’agosto,   trafiggeva come coltello affilato.
La luce bollente mi rincorreva ovunque, anche tra le viuzze più appartate.
Nel centro antico di Sarajevo, tra le scarne tende dei negozietti, l’ombra era un miraggio. E io, che non avevo mai indossato un cappello, accarezzavo quell’idea come geranio assetato.
La mia disperata ricerca di un cappello era contrastata dalla certezza che mi avrebbe reso ridicola.  
Eppure, mentre infilavo occhi e gambe negli angusti  bazar colmi di ogni stramberia, la mia testa reclamava un riparo. Trovava invece tappeti polverosi, zuccheriere smaltate, penne a forma di bossolo di bomba, portacenere in onice. Difficile perfino respirare in quell’aria secca.  
 L’uscita obbligatoria dal dedalo di stradine conduceva ad una moschea.
Sul piazzale, un formicaio umano si alzava, si abbassava, si stendeva, al ritmo di litanie scandite dagli stessi, infiniti versi.  A sinistra le donne, a destra gli uomini.
Vicino alla fontana centrale una fila ordinata di scarpe, ciabatte e sandali di ogni misura, attendeva  non so cosa. Un po’ come me, ipnotizzata dalle movenze dei fedeli in preghiera.
“Signora, signora” sentii chiamare.
Mi girai verso la voce femminile dall’accento straniero e dalla o stretta.
Incontrai un sorriso a mezzaluna sotto due piccoli occhi azzurri che guardavano proprio me.
 Il viso lucido di una donna di circa sessant’anni  sembrava di celluloide.  Era dolce mentre mi salutava con un inchino appena accennato.
Il rossetto color pomodoro maturo  stonava con il vestito lungo, rosa, dalla scollatura a barchetta.  
“Italiana?” mi chiese. “Sì” risposi. “Di dove?” “Di Venezia”.  “ Io lavorato tanti anni a Milano come guida e…”.
 Le sue parole uscivano dalla bocca fluenti e scorrette ma non ne seguivo il senso.  Di lei mi interessava soltanto il  cappello  bianco che portava sulla testa. A falde larghe e traforato, rifletteva le geometrie su tutto il candido collo.
Le stava bene. La faceva sembrare una Barbie attempata.
 Lei continuava a raccontare di quando accompagnava  i gruppi serbi in Italia.
 “Io no più guida qvi, io perso diritto al lavoro in Serbia. Quelle guide giovani hanno studi. Io no. Io vecchia”.
La ascoltavo più attentamente ora. “Mi dispiace” le dissi.
 “Posso offrire caffè turco lei? Forse no piace lei turco? Bene caffè normale?”
“Grazie, magari dopo” le risposi, camminando più veloce per stare al passo con la mia guida ed il gruppo. Lei mi seguiva,  come un simpatico segugio.
 “Questa non ci voleva” pensai “come faccio a  scaricarla!”
“Cosa poter fare io per Lei?” mi chiese dopo un monologo di mezz’ora.
“Dove posso trovare un cappello come il suo?” le chiesi.
“Qvi no c’è. Però io regala lei,  bella signora italiana”.
“No, si figuri. No, grazie”.  
Ma il  cappello aveva già cambiato testa. In un attimo era sulla mia.
Io,  statua muta.  Falce di luna il sorriso della signora. 
“Prego, prego” continuava a dirmi.
“Voglio almeno pagarla” le dissi, una volta ritrovata la voce.
 “Mio regalo. No euro per me. Mi saluti Italia per favore?”
Su questa, accorata, richiesta iniziava ad indietreggiare con prudenza.
Col braccio destro alzato, le dita della mano aperte,  mi salutava.
Senza cappello sembrava più anziana, con una leggera gobba.  
I capelli  biondo stoppa le cadevano sulle spalle, senza corpo.
La sua esile figura, dignitosa ed elegante, spariva tra la folla di un’altra moschea  di Sarajevo.
“Che bel cappello. Dove l’hai comprato?” mi stava chiedendo una signora del mio gruppo. 
“Più che cappello è una lezione di quanto possa essere nobile la miseria” spiegai.
Più  a me stessa che a lei.

lunedì 19 dicembre 2011

17 dicembre 2011: FALISCJS: Biblioteca a Codroipo (Udine)

Nell'Auditorium della Biblioteca "G.Pressacco" di Codroipo (UDINE), serata dedicata al Natale, con canti con il Coro Pulchra Es Chorale e le mie poesie, recitate da Irene, da me e da Giuseppe.
"FALISCJS" ovvero scintille, faville... quelle che escono dal legno che arde nel camino... è il titolo della manifestazione, voluta per il quarto anno dal SOMSI (Società operaia mutuo soccorso italiana) e dal suo presidente Giuseppe Sartorello, con il patrocinio della provincia di Udine.
Un'occasione per mettere i sentimenti nel palmo della mano. E' stato bello condividerli con le tante persone che hanno accolto l'invito ed erano lì, ad ascoltare, apprezzare. Emozionarsi.
                                            Giuseppe Sartorello

                                                                    Irene Urli


                                    Coro Pulchra Es Chorale, diretto dal M. Erica Zanin

                                                 I doni del Somsi
Insolito Celso, "appoggialibro" in attesa di dedica

venerdì 16 dicembre 2011

13 dicembre 2011_ Festa della neve

Tutti vestiti di bianco.
Tutti felici fin dal mattino.
Tutti felici perchè è passata S. Lucia con l'asinello magico e ha lasciato un sacco rosso pieno pieno di? sorpresa...
Pop corn in diretta da mangiare e da usare per fare la collana e poi spazio alle danze con la "Danza della neve". Che divertimento aspettando Natale...







Tutto questo alla scuola dell'infanzia di Rivolto (Codroipo - Udine)

giovedì 8 dicembre 2011

Retribuzione decurtata alle educatrici dell’asilo nido “Mondo dei piccoli”: i genitori incontrano il Sindaco Marchetti


CODROIPO


Dal 2009 la gestione dell’asilo nido, dopo specifica gara di appalto,  è  affidata ad una azienda  francese che – come da nota della FILCAMS CGIL – non ha rispettato le norme di legge e contrattuali vigenti. Niente tutela, quindi, dei diritti e delle condizioni della ventina di persone che opera all’interno della struttura. Diminuita la loro retribuzione, non riconosciuta l’anzianità di servizio. Dopo tre anni di silenzio da parte del Comune, vecchia e nuova gestione,  e di tutti i Capigruppo del Consiglio Comunale della precedente  amministrazione – così si legge nella nota del sindacato - , scendono in campo i genitori a pieno sostegno morale delle educatrici, “dotate di incredibile umanità e passione, che mai  hanno fatto percepire la loro situazione all’utenza”. La prima azione dei genitori è stata quella di incontrare il sindaco Marchetti ed il Vicesindaco Bozzini, per verificare la possibilità di uno sblocco positivo di una situazione che vede persone meritevoli sottopagate per il ruolo di grande responsabilità che rivestono, con bambini da tre mesi a tre anni.  Gli amministratori ne hanno preso atto, concordando sull’oggettiva alta qualità del servizio erogato all’asilo nido “Mondo dei Piccoli”, e promettendo di contattare l’Azienda che lo gestisce, un consulente del lavoro ed il sindacato CGIL, impegnato più che mai nella tutela delle lavoratrici.  “E’ chiaro – ha dichiarato Bozzini – che la Ditta vincitrice d’appalto non era obbligata ad assumerle. Ora non resta che verificare la regolarità del suo comportamento”.

I genitori intendono comunque  proseguire nell’ informazione e nel sostegno morale delle educatrici, manifestando pubblicamente il plauso e la stima per il loro operato.

Dal Messaggero veneto 30 nov 2011

Corso di scrittura creativa "Racconti di viaggio" - 30 nov 11/1 febbr 2012

Dal 30 novembre 2011 al 1° febbraio 2012 ho frequentato il Corso di Scrittura creativa sul racconto di Viaggio. Significativa l'esperienza, condivisa con altre 18 persone che amano scrivere e con i relatori Mauro Daltin e Lorenza Stroppa, scrittore ed editor. A Codroipo (UD) in Biblioteca. Il corso è stato promosso dal Pic. Grazie a Gabriella Cecotti che ne è l'anima.
                                                          A Valvasone (22 gennaio 2012)                           
                            
                                   Lo scrittore Emilio Rigatti autore di molti libri di viaggio

                                          Mauro Daltin, relatore e presidente di Bottega Errante




                                                                      Lorenza Stroppa







                                               I RACCONTI che ho scritto ( come "compiti")

    X 14/12/11                                RACCONTO da una FOTOGRAFIA
                                     OCCHI VERDI MADE IN INDIA







Il cuore della città vecchia di Jaipur è qui, con i maestosi palazzi che i Maharaja fecero dipingere di rosa in segno di ospitalità.
Lo smog non lascia spazio al sole.
L’aria è polverosa e secca.
Entra nella gola e smorza il respiro.
L’assedio di mendicanti mi distrae dalle meraviglie architettoniche e dall’urgente colpo di tosse mentre la nebbiolina s’infittisce e le fisionomie umane si incollano fra loro e a me. Lingue forestiere a cantilena velocissima bombardano le orecchie per vendere penne e cartoline. Con un po’ di timore guardo meglio quei giovani maschi che si confondono con mamme bambine e neonati semi nascosti dai sari.
Tra il frullare di mani e visi, uno attira la mia attenzione e mi fa uscire un “Che begli occhi”.
 Il resto sparisce d’incanto e rimangono solo loro: due, straordinari, occhi verdi.
Due pagine di vita spalancate sul viso di una giovane ragazza. Occhi luminosi e sereni, con un sottofondo di dialogo le cui parole sono il battito di ciglia ed il tremolio impercettibile dell’iride.
Mi entrano nell’anima come scheggia bollente.
Noto la profonda cicatrice sotto le labbra carnose e l’anello d’argento sulla narice sinistra, i capelli neri orfani di pettine, con riga indefinita sulla testa.
Io guardo lei, lei me. Ha la sua bambina di pochi mesi in braccio che le assomiglia in tutto. Ma la tiene indietro, quasi a proteggerla da sguardi indiscreti.
Col sari verde e rosa un po’ sciupato, si fa avanti rispetto agli altri e mi dona un sorriso di denti bianchissimi, diradati a tratti, concedendosi alla fotografia.
Dopo il mio click la sua mano mi tocca il braccio nell’evidente attesa di alcune rupie.
Una saetta nella pancia mi fa guardare meglio quella mano calda sulla mia pelle. E’ piccola, affusolata, ambrata e sporca. Le unghie contornate da un sottile profilo nero. Ma il tocco è dolce e lei mi fissa dalla testa ai piedi con intensità decisa e supplichevole.
So che non è giusto darle denaro, che tra quei ragazzi che vendono bracciali c’è sicuramente qualcuno pronto a rubarglielo o a picchiarla. Ma con me ho solo la macchina fotografica e glielo spiego come posso, in un miscuglio di gesti e parole. Lei abbassa lo sguardo, rassegnata e delusa. Un brivido ghiacciato dallo stomaco ai piedi va di pari passo con il rosario di pensieri, ormai padroni della mia razionalità.
E sento la mia voce dirle “Sei bellissima” . Mi fissa ancora. Continua a sorridere, con la mano tesa e mille discorsi ingabbiati nell’iride dei suoi occhi verdi.
Ad un tratto il suo sguardo si posa sul mio bracciale di perline bianche e luccicanti. Apre la bocca disegnando un “Oooh” di meraviglia, inarcando le sopracciglia perfette.
L’idea di darglielo scocca proprio quando sento gridare il mio nome da una voce familiare che mi dice “Sei l’ultima, vieni".
Corro sulle strisce pedonali, schivando auto e moto impazzite. In un baleno salgo sul pulmino arancione già in moto che parte mentre la porta è ancora aperta.
Mi siedo al mio posto e con lo sguardo fino all’ultimo finestrino rincorro quella ragazza, la “Mia” ragazza dagli occhi verdi.
Ma è già di spalle. Non le interesso più.
Di lei mi rimangono una fotografia e un braccialetto di perline bianche e luccicanti che non sono riuscita a regalarle.

x 21 dicembre 2011     RACCONTO  in 3°, 1° PERSONA e da UN PUNTO DI VISTA DIVERSO                                                 
                                                                 CARTOLINE IN VIAGGIO
In 3° persona:
“Ti accendo il caffè” . “No, l’ho già acceso. Stai  a letto ancora un po’. E’ presto”. Un lieve bacio e la porta d’ingresso sbatte.  L’ auto  in moto e il portone  automatico si chiude.
Il silenzio avvolge la casa bianca dalle saracinesche rosse che si confonde  con il buio.  Nemmeno uno spicchio di luna in cielo. Sulla strada le auto ancora non passano. Sono  le cinque.
“Click”. La luce dell’abatjour  modello retrò rende ancora più pallido il viso di Luisa e più  evidenti le lentiggini. Indecisa se svegliarsi o no, posa sguardi vagabondi sui quadri di fronte al letto.  Visi  ad acquerello e paesaggi in cornici dorate le piacciono sempre. Sono stati dipinti da sua figlia, quando era bambina. 
Luisa sta bene nel letto rosa, nella sua camera rosa. Montagne di libri ovunque e orecchini infilati nel portagioie a forma di cuore. E i vestiti di ieri buttati sulla poltroncina bianca. 
Suo marito starà fuori fino a sera.  Luisa, respira con un lungo “Ahhh”che le solleva lo stomaco,  la li- ber- tà, quella di decidere cosa fare in una mattina da sola. Ma è  venerdì, quindi alle otto deve essere a scuola.
“Oh! Dio. Tra pochi giorni è Natale”. Il pensiero improvviso la sveglia del tutto.  Stropiccia gli occhi e si appoggia  allo schienale del letto.  Sono le sei.
Apre il cassetto di mezzo del comodino bianco, dove  tiene  carte da lettera,  foto buttate a caso e cartoline.
 Le  prime ad apparire sono  quelle che l’anno scorso non era riuscita a scrivere. E più sotto, quelle ricevute,   in un pacchetto chiuso da elastico. Con paesaggi innevati e brillantini, e frasi  di persone dimenticate o che non ci sono più o che non hanno il computer. Carte piegate in buste  rosse, gialle e bianche,  le passano tra le mani. Luisa legge di ognuna il mittente e gli auguri di  buon Natale e felice anno nuovo scritti in grande e con affetto.    
Poi  prende la  prima penna che trova sul comodino,  quella viola  panciuta. Con lei decolla  per un urgente viaggio  a braccetto con i ricordi, per il tempo necessario a far fiorire  auguri.  Sui  cartoncini bianchi,  come per magia, Luisa vede sbocciare  visi e gesti  che si lasciano cullare in un lento battito di ciglia.

In 1° persona:
“Ti accendo il caffè” . “No, l’ho già acceso. Stai  a letto ancora un po’. E’ presto”. Un lieve bacio e una porta sbatte.  L’ auto  in moto e il portone  automatico si chiude.
Sono le cinque. Dalle  fessure delle saracinesche rosse vedo solo buio. Nemmeno uno spicchio di luna in cielo. Silenzio.
Al caldo, nel mio letto di ferro battuto rosa, nella mia camera rosa, respiro la  li-ber-tà. Quella di decidere cosa fare in una mattina da sola.
Non ho sonno. Accendo l’abatjour. “No, non posso certo dormire. Per prendermi in tempo potrei  cominciare a scrivere le cartoline. Sì, lo faccio subito”. Apro il cassetto di mezzo del comodino dove tengo  carte da lettera,  foto e cartoline.
Le prime ad apparirmi sono  quelle che l’anno scorso non ero riuscita a scrivere. E più sotto quelle ricevute, che mi piace tenere in un pacchetto chiuso da elastico. Hanno i paesaggi innevati ei  brillantini.  Mi passano  tra le mani in buste  rosse, gialle e bianche con indirizzo e mittente.  Grafie di persone dimenticate o che non ci sono più mi fanno gli auguri di buon Natale e felice anno nuovo.   “E’ proprio bello ricevere le cartoline. Sapere che qualcuno le ha comprate, scritte e spedite pensando a me” penso.  
Con la penna viola, la prima che trovo sul comodino, comincio a scrivere. “10 dicembre 2011” e  un razzo di parole   fa  fiorire  auguri.  Sui cartoncini bianchi, con brillantini e babbi Natale, vedo sbocciare  visi e gesti  che si lasciano cullare in un lento battito di ciglia.
Sono le sette. Devo andare a scuola. 

Dal punto di vista della penna viola

 Ma quanto scrive questa Luisa. Anche stanotte mi ha spremuto sul suo diario.  Buttata di traverso sul comodino, tra salviette, libri e creme, ho riposato pochissimo. Come se non bastasse,    “Ti accendo il caffè”. “L’ho già acceso. Stai  a letto ancora un po’. E’ presto”, mi ha svegliato di soprassalto.
Ho sentito  la porta d’ingresso  sbattere, l’ auto allontanarsi e il portone  automatico chiudersi. 
Il silenzio  improvviso  nella stanza rosa mi ha terrorizzato. Conosco molto bene Luisa.  So che quando rimane sola, di mattina o di sera, nel letto caldo,  lei scrive. E sceglie me. Perché sono la sua penna preferita. Perché ho la punta affilata e ho la pancia al punto giusto.
Per fortuna  oggi è venerdì e alle otto deve essere a scuola. 
All’improvviso mi sbatte contro un paio di orecchini verdi mentre traffica sul comodino bianco, diretta al  cassetto di mezzo.   “Oh no! Se prende le carte da lettera sono fritta. Lì ci sono le cartoline che l’anno scorso non era riuscita a scrivere. E quelle coi paesaggi innevati e brillantini che  tiene di ricordo.”
 La vedo  prendere in mano carte piegate, buste  rosse, gialle e bianche con indirizzi e mittente.
La spio mentre legge e sorride. 
Mi solleva.
I suoi polpastrelli caldi mi avvolgono e mi puntano decisi su piccoli cartoncini bianchi.
Danzo felice su  ghirigori che non comprendo ma che devono essere molto importanti per lei.    



X  11 gennaio 2012                   INCONTRO CON DIALOGHI
                                                            IL PRIMO CAPPELLO
Il sole  mi picchiava dritto in testa.
 In quel mezzogiorno d’agosto,   trafiggeva come coltello affilato.
La luce bollente mi rincorreva ovunque, anche tra le viuzze più appartate.
Nel centro antico di Sarajevo, tra le scarne tende dei negozietti, l’ombra era un miraggio. E io, che non avevo mai indossato un cappello, accarezzavo quell’idea come geranio assetato.
La mia disperata ricerca di un cappello era contrastata dalla certezza che mi avrebbe reso ridicola.  
Eppure, mentre infilavo occhi e gambe negli angusti  bazar colmi di ogni stramberia, la mia testa reclamava un riparo. Trovava invece tappeti polverosi, zuccheriere smaltate, penne a forma di bossolo di bomba, portacenere in onice. Difficile perfino respirare in quell’aria secca.  
 L’uscita obbligatoria dal dedalo di stradine conduceva ad una moschea.
Sul piazzale, un formicaio umano si alzava, si abbassava, si stendeva, al ritmo di litanie scandite dagli stessi, infiniti versi.  A sinistra le donne, a destra gli uomini.
Vicino alla fontana centrale una fila ordinata di scarpe, ciabatte e sandali di ogni misura, attendeva  non so cosa. Un po’ come me, ipnotizzata dalle movenze assurde dei fedeli in preghiera.
“Signora, signora” sentii chiamare.
Mi girai verso la voce femminile dall’accento straniero e dalla o stretta.
Incontrai un sorriso a mezzaluna sotto due piccoli occhi azzurri che guardavano proprio me.
 Il viso lucido di una donna di circa sessant’anni  sembrava di celluloide.  Era dolce mentre mi salutava con un inchino appena accennato.
Il rossetto color pomodoro maturo  stonava con il vestito lungo, rosa, dalla scollatura a barchetta.  
“Italiana?” mi chiese. “Sì” risposi. “Di dove?” “Di Venezia”.  “ Io lavorato tanti anni a Milano come guida e…”.
 Le sue parole uscivano dalla bocca fluenti e scorrette ma non ne seguivo il senso.  Di lei mi interessava soltanto il  cappello  bianco che portava sulla testa. A falde larghe e traforato, rifletteva le geometrie su tutto il candido collo.
Le stava bene. La faceva sembrare una Barbie attempata.
 Lei continuava a raccontare di quando accompagnava  i gruppi serbi in Italia.
 “Io no più guida qvi, io perso diritto al lavoro in Serbia. Quelle guide giovani hanno studi. Io no. Io vecchia”.
La ascoltavo più attentamente ora. “Mi dispiace” le dissi.
 “Posso offrire caffè turco lei? Forse no piace lei turco? Bene caffè normale?” “Grazie, magari dopo” le risposi, camminando più veloce per stare al passo con la mia guida ed il gruppo. Lei mi seguiva,  come un simpatico segugio.
 “Questa non ci voleva” pensai “come faccio a  scaricarla!”
“Cosa poter fare io per Lei?” mi chiese dopo un monologo di mezz’ora.
“Dove posso trovare un cappello come il suo?” le chiesi.
“Qvi no c’è. Però io regala lei,  bella signora italiana”. “No, si figuri. No, grazie”.  
Ma il  cappello aveva già cambiato testa. In un attimo era sulla mia.
Io,  statua muta.  Falce di luna il sorriso della signora. 
“Prego, prego” continuava a dirmi.
“Voglio almeno pagarla” le dissi, una volta ritrovata la voce.
 “Mio regalo. No euro per me. Mi saluti Italia per favore?”
Su questa, accorata, richiesta iniziava ad indietreggiare con prudenza.
Col braccio destro alzato, le dita della mano aperte,  mi salutava.
Senza cappello sembrava più anziana, con una leggera gobba.  
I capelli  biondo stoppa le cadevano sulle spalle, senza corpo.
La sua esile figura, dignitosa ed elegante, spariva tra la folla di un’altra moschea  di Sarajevo.
“Che bel cappello. Dove l’hai comprato?” mi stava chiedendo una signora del mio gruppo. 
“Più che cappello è una lezione di quanto possa essere nobile la miseria” spiegai.
Più  a me stessa che a lei.
 

X  18 gennaio 2012
                                      RACCONTO dall’INCIPIT di  ERRI DE LUCA
“Mi viene a trovare una donna qualche tempo fa.
Le apro la porta, è intatta, viene dritta da vent’anni prima, una distanza che addosso a lei sembra il tempo di una corsa in tram.
Vuole sapere di me, vuole sapere se combaciano due pezzi di tempo. Tira fuori le mie lettere.
Le scorro per la prima volta. Sì, quando le scrivo non rileggo, chiudo e spedisco, adesso come allora.
Sotto la carta stagionata sento la mia faccia di prima, prima di cambiare il mondo, e la sento di pasta ancora buona a tutto”.
                                                         
                                                                 ****
                                                   LETTERE ALLA PORTA
Riconosco la mia grafia su quelle carte  piegate, coi  fiori e  visi di dama col cappello.   
Lei me ne dà una pila ordinata. La cura con cui sono state conservate merita un complimento.   L’ odore di erba secca mi pizzica il naso.  Starnutisco, vergognandomi un po’.  
“Flora” le chiedo con la bocca a mezz’aria “ la mia poetessa di Firenze. Sei proprio tu?”
Annuisce. I capelli ingrigiti sembrano voler scappare dal co-con, chiuso da una retina rossa.
“Avevo nostalgia delle tue lettere” mi dice con  voce roca. Da fumatrice accanita.
“Le ho tenute tutte e sono venuta a chiederti di rileggerle. Se le metti insieme ti esce un libro”.
 “Ma dai, scherzi?”
Esco in giardino.  L’afa dell’estate mi chiude il cervello se sto in casa.
Flora mi segue.
La gonna plissettata, quasi trasparente e lunga fino al polpaccio, avanza prima di lei.
Mi siedo sull’esile asse di plastica del dondolo. L’ombra del fico mi ripara dal solleone.  Flora si accuccia su un basso tronco sbilenco. Tiene in mano una scatola di latta  bordeaux  socchiusa e riflette il sole che sbircia tra le foglie.  
Mi sento a disagio. Mi osserva troppo.
Sono sicura che sta scrivendo mentalmente di me. Come quando inventavamo rime sulla spiaggia di Rivabella, in cerchio, sotto l’ombrellone con i nostri amici poeti.
“E Cirano come sta? E Loretta? E Gabriella?” le chiedo.
“Loretta Chiesi è morta. Due anni fa. Cirano di Bergerac è rimasto solo. Lo chiamavi così, ti ricordi? Gabriella è attrice di teatro e la seguo sempre negli spettacoli. Mi fa ridere. E’ molto ingrassata sai?”
L’esile figura di Loretta  si fonde con il viso nobile di Flora e il seno taglia quinta di Gabriella. Eravamo insieme in una foto alla serata di poesia nel  castello di Rivabella. Con tanto di pubblico, applausi e buffet.
Noi, poetesse in vacanza.
 “E tu scrivimi” Loretta l’aveva dedicata a me.  
In una poesia mi supplicava di scriverle.
“E’ una festa quando apro le tue lettere” mi diceva. 
Sapevo a memoria il suo indirizzo, come quello di Flora.  E ora Loretta è morta.
E Flora  continua a fissarmi.  
La sua fronte di filigrana tradisce un’urgenza  che cavalca verso di me.
“Perché non leggi?” mi chiede con gentile fermezza.
Le mie pupille obbedienti danzano  sui fogli  ingialliti.
Le ciglia, tamburi  sulle righe,  zittiscono sulla data.  1990.
Flora è immobile. Come figurante a Venezia.
“Ho tanto tempo per te” mi dice sfiorando  il co-con, chiuso da una retina rossa.  

X 25 gennaio 2012                     LA LUCE DI UN LUOGO                                         
                                                  ASFALTO NUDO
Il caffè leggero come piace a me è nel bicchiere di vetro trasparente. Il cucchiaino  sembra un senatore sulla poltrona o un naufrago sulla Costa Concordia. Seduta al tavolino, davanti al finestrone, guardo fuori,  su Via Friuli.  La Via dove vivo nella mia casa delle Fate.  Prorompente di case anni 60,  vuote di abitanti.
Ci sono le scuole in Via Friuli e alle otto di mattina, come adesso, si anima come gabbiani sull’orlo della burrasca. La fitta nebbia avvolge ogni cosa e pettina l’asfalto, lisciandolo di brillantina.  In un quadro grigio fumo di Londra auto a passo d’uomo avanzano incolonnate. Sono quelle delle mamme, nonne, baby sitter che accompagnano i bambini alla scuola primaria.  Li  scaricano e li affidano ai vigili e ai volontari. In un  cortometraggio lungo  dieci minuti. Poi, Via Friuli sospira prima di  appisolarsi, fino alle quattro del pomeriggio, quando la scena si ripete. Questa strada, fino all’anno scorso, era la più bella di Codroipo.
Quaranta e più tigli maestosi, ultracinquantenni, la ornavano regalandole giochi di luce in continuo divenire. Ombrelloni  in estate. Ritagli d’arcobaleno in autunno.  Sentinelle mute in inverno.  In primavera annunciavano la rinascita con gemme in libera cascata.
L’anno scorso, in febbraio, in un solo giorno, “Zac”, tagliati, estirpati, cancellati.
Per sei mesi muratori e ruspe hanno iniettato Via Friuli di scarponi stranieri e scosse elettriche. Tonfi, squarci, tubi per una paziente d’asfalto  da abbellire. Da offrire al sole in picchiata libera. Chiusa al passaggio. La luce a macchie di leopardo dei tigli messa in cornice digitale.
Oggi, Via Friuli mostra il suo viso senza rughe, senza avvallamenti, generosa di sottopiedi confortevoli e resistenti alla scure del sole. Pur orfana di verde  mi piace sempre , ancor più quando il cielo piange o è malinconico, come oggi. 
L’ho amata quando sono venuta ad abitarci a 18 anni, quando l’ho abbandonata per amore a 21 e quando ci sono ritornata, a 56. Per comodità, innamorata persa di una casa stile americano, a un piano, con saracinesche rosse. Comprata in due giorni, facendo lo sgambetto a una lunga fila di acquirenti. Ha la mia età questa ragazza di muro dalle giunture arrugginite. Mi perdo dentro i sussurri degli alti soffitti, delle  lievi crepe parlanti e dei pavimenti di legno musicante. Ha il giardino davanti e il bosco dietro che non si vede dalla strada. Sotto gli alberi ancor giovani ho messo tronchi per sedermi e guardare i coriandoli gialli che scappano dal cielo per scaldare la mia pelle.
C’è un punto magico nella mia casa, un baricentro perfetto. Dalla  cucina posso guardare il bosco dietro e Via Friuli davanti. Posso scegliere se starmene in pace o sbirciare il panorama umano.
                                                                  ****
Una ragazza imbacuccata nel berretto e sciarpa azzurri rincorre il tempo battendo il marciapiede a ritmo militare. Un’auto rossa indossa fari severi per diradare la nebbia.
Le case che vedo dalla  mia finestra dormono ancora. Quella di fronte  è chiusa a chiave. La sua padrona ha cento anni e sta in casa di riposo. I muri marroni, a tratti scrostati, urlano il dolore dell’abbandono. Quella a fianco, di un marrone tenue, è curata e amata da Paolo e Hana, una moldava che sta lottando contro il cancro al seno.  La casa che vedo meglio ha una palma che le fa da guardia. La abita una signora rimasta vedova da poco. Proprio attaccato c’è il centro per disabili. Moderno, ha il tetto a triangolo e grandi bocche di vetro. Quasi un colpo di frusta il cemento, così grigio e monotono da far rabbrividire la pancia.
Oltre la tenda a fiorellini vedo una casa bianca, con colonne sottili e slanciate, di vaga ispirazione palladiana. Sa di vita con due giovani sposi e due bambini piccoli in un viavai continuo di bici, camioncini, nonne e baby sitter. 
Di sbieco una casa color riccio di castagna, alta come una guardia romana sull’attenti. E’ il tetto e riparo di tre persone che portano il mio cognome.  Due fratelli e una cognata dall’esistenza fioca come una lampada in obitorio. Ricurvi su malanni reali o immaginari,  scandiscono il calendario sugli appuntamenti in ospedale o sulle immondizie da metter fuori dal cancello.  Lunedì carta. Martedì umido e secco. Preparando il bidone tre giorni prima, giusto per prendersi in tempo. E la bolletta della luce davanti alla bottiglia di vino rosso, sempre a metà. Con il tappo di sughero plastificato che entra  a fatica.
Via Friuli  invoca ruote e scarpe sulla schiena.
Ma nulla accade, se non i folletti che battono il tamburo nel circo delle mie idee. Sempre svegli e, ancor più, nel riverbero grigio perla di un cielo che vomita nebbia in soffice bambagia. 

                                        IL PESCATORE DI TAMBURI                
A gambe divaricate sulla barca, ammirava la notte di Goa. I flutti suonavano l’arpa nel Mare Arabico, brizzolato e calmo.
Tariq si  sentiva  il re di quel mare che diventava il suo letto ogni notte. La luna quasi piena sembrava una medaglia sul petto di un generale.
Con gesti sapienti, buttava le reti e le vedeva sparire nel brodo nerastro. Poi, si preparava alla paziente attesa della pesca. Con muscoli vigili e coraggiosi.
La famiglia di Tariq era al sicuro. Sua moglie Parvati, con i cinque figli, già dormiva nella casupola quadrata, fatta di pali di cocco, fronde di palma e tetto di bambù.  Tutto ciò che passava tra le mani di Parvati era curato e pulito.
E lui sapeva che lo avrebbe accolto con un abbraccio l’indomani mattina. Sia che fosse tornato con le reti colme di pesci oppure vuote.
All’idea di essere molto amato le pieghe  profonde del suo viso si distesero.
Una pioggerellina fuori stagione ricamava una coltre d’aria umida.
La spiaggia di Matusa sonnecchiava.
Tariq cambiava spesso tratto di mare per pescare ma quella notte aveva scelto Matusa perché era poco distante dalla sua baracca.  Gli piaceva  guardarlo anche di giorno, seduto sulle dune, all’ombra delle camicie in fila ad asciugare.
Quella notte  i pesci si negavano.
Il silenzio potente e le reti immobili trasformavano i profondi solchi della  faccia di Tariq in una tavolozza funebre.  I muscoli vibravano.
Dal fondo del mare rumori sinistri anticipavano il dondolio sempre più forte della barca. Tariq si alzò di scatto, allargando le gambe.  Voci lontane, in hindi e marachi, lasciavano un’eco che non riusciva a comprendere.  La paura gli pugnalava il petto.
Gli occhi erano fessure feline nell’oscurità.  Un’onda più decisa delle altre lo fece traballare.  Un lampo e Tariq fu in balia di onde imbizzarrite. Una scossa di ferraglia e l’acqua gelida gli penetrava le ossa.  La ricchezza di una vita, la sua barca, era diventata una carcassa alla deriva. I pezzi di legno costole di un animale preistorico.
I pochi pesci duellavano nelle reti d’argento, boccheggiando libertà. La benzina bruciata evaporava coprendo Tariq in estrema lotta con le onde ubriache.
Una ferraglia rossastra aveva  masticato la sua barca di legno, urtandola con violenza.  Con le ultime forze delle braccia, Tariq nuotò respirando e tossendo anelli di fumo. Fino a toccare la sabbia umida. La lunga canottiera, fradicia e logora, si era posata sul corpo steso. Le ciglia abbassate sembravano mani  in preghiera.
Il buio era lo stesso della notte in cui Tariq stava tornando allo slum di Bombay con il giovane padre. Latrati furiosi annunciavano  l’arrivo di branchi di cani che spesso facevano a pezzi uomini, animali e bambini.
Prima di armarsi di  un lungo bastone suo padre lo aveva sollevato sulle spalle. Nel viottolo  scuro,  tra il fetore di carne rancida e occhi gialli a falce,  erano bloccati.   Il padre di Tariq aveva arrotolato la camicia e poi lanciata, il più lontano possibile, facendo scattare i cani che si azzannavano nella frenesia di farla a pezzi.
“Adesso” gridò abbassandosi “corri Tariq, scappa. Vai allo slum”. E Tariq, terrorizzato, corse fino alla capanna di stracci e  plastica.  Nelle orecchie l’eco dell’urlo di suo padre e il latrare sempre più feroce dei cani.  Sulle mani e sul corpo i fiocchi, radi e grigi, di una neve mai vista. Tariq chiuse la porta di carta velina e cadde tra le braccia della madre sotto gli occhioni sorpresi dei fratelli.
E la neve coprì lo slum  quella notte. Gelida come la morte, sferzava le fessure delle esili pareti e  spegneva la stufa a kerosene.  Gelida come l’addio che, da lì a poco, Tariq dovette dare alla città di baracche, a ciò che rimaneva della sua famiglia e alla sua infanzia.  Sulle agili gambe, l’unica camicia addosso e poche rupie nel pugno, sfidava il domani che lo aspettava  altrove.
Tariq era bravo a saltare, a fare piroette da circo, a suonare gli strumenti che suo padre gli costruiva come giocattoli.  Per questo si accodò a un gruppo di venditori di tamburi e da loro imparò a stringerli sotto le ascelle e a scatenarli  in concerti improvvisati. Sui marciapiedi, nei ristoranti,  sui traghetti.
Era riuscito a salire  su uno di questi, intrufolandosi in un gruppo di turisti italiani. Approdato  a Panjim, la capitale del piccolo stato di Goa, capitò a Mapusa, in bus.  Tra alte fronde verdi e vecchie dimore di stile portoghese, Tariq capì di essere arrivato a casa.  Si sentiva ancora in fuga ma il cielo terso lo proteggeva.
Il mormorio del mare Arabico e del colorato bazar lo faceva stare bene. Mercanzie e spezie di ogni tipo lo invitavano ai banchetti sgangherati, a curiosare tra stoffe e collanine di false perle.
Sotto sera, sul viottolo dritto che portava all’uscita del bazar, si specchiò su  due perle nere di giovane donna. Era una venditrice di angurie che portava  una  cesta sulla testa, in equilibrio perfetto. 
Le si mise di fronte, a gambe divaricate. Mani sui fianchi.  “Ti comprerei tutte le angurie ma non ho nemmeno una rupia” le disse in marathi. Lei si fermò, scaricò la cesta dal capo e gli tagliò una fetta enorme della più succosa anguria della sua esistenza. La prima.
La mangiò avidamente, sputando i semi sulla terra.
Senza aspettarsi un ringraziamento lei se ne andò canticchiando, accennando qualche passo di danza.
Era Parvati.  E ora lo stava aspettando sull’uscio della loro baracca. I primi, sonnacchiosi raggi di sole cominciavano a fendere la notte morente.  Parvati aveva una piega di paura sulla bocca carnosa. A quell’ora Tariq tornava sempre. 
L’istinto le ordinava di correre, alla svelta,  verso il mare.  I suoi piccoli piedi nudi affondavano sulla sabbia lasciando profondi solchi neri. 
 “Tariq” urlava “ Dove sei Tariq?”
La voce le si era spenta e le gambe affondate nella sabbia, fino alla caviglia.  Parvati pareva una statua greca nella morsa di un presentimento già deciso. 
“Tariq” chiamò ancora con un filo di voce,  nell’arsura di una delle più belle giornate di quell’estate indiana.  Alcune assi della barca  dondolavano come surf al largo.
La linea dell’orizzonte era nitida. 
Al tramonto, il sole vi avrebbe appoggiato il mento.