giovedì 9 gennaio 2014

FINGER STORIES - RACCONTI brevi, di mille battute

 
   14 febbraio 2014                                                                    SALONE ANNALISA              

 
Chiome rade, fluenti, innevate, corvine, su pelli stirate, accartocciate, gonfie, setate. In passerella,  per  obbedire all’imperativo categorico del farsi belle.
Al lavateste, una  mamma  avvolge a scudo con il braccio la sua bimba. Che si abbandona all’altalena del prosperoso petto e dorme.
Cartine di metallo lucenti migrano sulle teste  di Monne Lise attempate, in trasloco  da una poltroncina all’altra,  fino ad arrendersi  a spietati specchi. 
Borse e borsoni,  ubriachi di mercanzie, ciondolano su ganci pronti alla resa.
Come pedine di una partita a scacchi, le quattro parrucchiere virano, annuiscono,  lavano, stirano, accorciano e consolano le partiture umane.  
In piedi, a scrivere  psicologie con pettini di pazienza su sorrisi a mezzaluna  indossati  per passione.
Cuoricini appesi e tulle bianco annunciano San Valentino. E’ oggi!
Il pensiero d’amore si appisola sull’improvvisa voglia di tenerezza.
E di un “Sei bella” come pratolina d’inverno su manto di foglie bastonate dal diluvio.




CLASSICO                       IL BIANCO PIANOFORTE 



Gliel’hanno portato a casa oggi.  Il pianoforte bianco, con lo sgabello dal sedile in pelle bianca.  Luisa l’aveva scelto ieri  nel negozio di strumenti musicali. Tra tanti e neri era  il più lontano e  nascosto.  L’aveva trovato subito perché  lo voleva  così.  E lui la stava aspettando, con  i 61 anni e le dita maldestre  catapultate con emozione e orgoglio sul do, mi, sol. Sicuramente il negoziante stava pensando che lei fosse troppo vecchia per cominciare a suonare un pianoforte.  Luisa se lo sentiva addosso quel giudizio. Ma non gliene importava niente. Suo marito le stava facendo  questo regalo. Per amore. Per la gioia di vederla felice. Lui sapeva che lei sognava un  pianoforte da quando aveva  otto anni. All’epoca  ne aveva avuto in dono uno piccolissimo, verde,  e passava le domeniche pomeriggio intonando “Fra Martino campanaro”.  Ora, dopo anni di solfeggio e prove su un pianoforte per bambini,  Luisa ha il SUO.  Bianco. Come la scia del  desiderio lungo più di mezzo secolo.
25 gennaio 14
      




 COMICO                         LA TRATTORIA DI FANTOZZIANA FATTURA

 

In un piccolo paese lontano da ogni rotta, due signore di mezza età si diedero convegno in una trattoria di fantozziana fattura. Una bionda, gonna corta e giacca di pelle nera. L'altra  rossiccia, jeans e fiori verdi. Al tavolo per due, tovaglia rosa e foulard viola, diedero subito il via ad equilibrate litanie, nel rispetto della "par condicio" di confidenze e pettegolezzi. Risotto ai frutti di mare, tagliata con valeriana, brioche con nutella deliziarono le loro voglie. La giovane cameriera, timida fin all'ultima idiotria, seguiva la cuoca dal culetto fiorito e riccioli biondo pallido, al tavolo delle due candidate al premio "Streghe che leggono i pensieri altrui". Pagato il salato conto, alla rossa  scappò  "A volte bisogna correre però". Che stava per " Se non ti muovi, Culetto a fiori, da qui potresti andar presto fuori". Ma questo non glielo disse, perché  quegli occhioni teneri da pecorella spaurita erano davvero buoni e speranzosi. Deliziosi come un’ Amicizia di mezza età.

 

         CLASSICO                                             IL PRIMO CAPPELLO

Il sole  mi picchiava dritto in testa.

“Signora, signora” sentii chiamare.

Il viso di una donna sui sessant’anni  sembrava di celluloide.

Il rossetto color pomodoro maturo stonava con il vestito lungo, rosa.

“Italiana?” mi chiese.

“Sì” 

“ Io lavorato a Milano come guida e…”

Le sue parole uscivano fluenti e scorrette ma di lei mi interessava solo il  cappello, bianco, a falde larghe e traforato che la faceva sembrare una Barbie attempata.

“Posso offrire caffè turco lei?“ “Cosa poter fare io per Lei?”

“Dove trovo un cappello come il suo?”  

“Qvi no c’è. Però io regala lei,  bella signora italiana”.

“No, si figuri. ”

Ma il  cappello era sulla mia testa.

“Mio regalo. Mi saluti Italia ?”

Su questa, accorata, richiesta indietreggiava. Falce di luna il suo sorriso.

Col braccio destro alzato, mi salutava.

Senza cappello sembrava più anziana, con una leggera gobba. 

I capelli  biondo stoppa le cadevano sulle spalle.

L’ esile figura, dignitosa ed elegante, spariva tra la folla di  Sarajevo.





 

           FANTASY                                          A PIETRASANTA




Una bambina di sessant’anni ha chiuso le sue paure in una minuscola valigia.

E’ salita da sola sul treno del desiderio, indossando ali di sogno mai putrefatto.

Cammina su tacchi spediti via posta ad un indirizzo nuovo:  Pietrasanta.

Brufolo di terra, quasi a caso tra onde e neve.

Naso all’insù, all’ingiù. Ovunque  annusa alito di terra buona e calda dentro.

Come nel ventre di madre. Quando si nutriva di zampilli di innocenza.

La bambina di sessant’anni si tocca le trecce imperfette.

Una mano a loro e una a Pietrasanta. Che le schiude i sigilli di un infinito possibile, oltre l’involucro di pelle increspata,  oltre il limite del pensiero  audace.

E la bambina corre a braccia spalancate come di più non potrebbe. Poi si siede. Con aghi di luce ricama  i contorni di Pietrasanta.   Abbassa le ciglia. Saracinesche di pace sognano  di incrociare 14miliardi di mignoli.

Affinchè sia incipit di una nuova era.

Di Arte e Assonanza in dignitosa libertà.

In un dialogo che esploda nel palmo di un’IDEA.

 




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