martedì 4 ottobre 2016

IL PAESE- magazine di società, cultura e turismo nel Medio Friuli - ottobre 2016


                               QUANDO LA TECNOLOGIA TI REMA CONTRO

 Successo a me. La mattina del primo giorno d’estate accendo il computer.
Subito, però, qualcosa di strano si profila davanti agli occhi. Qualcosa di mai visto prima. Il monitor è nero con tante scritte bianche. Tre parole spiccano tra le altre: hard disk failure. Spengo. Riaccendo ma la scritta non cambia. Ho il presagio che sia accaduto l’irreparabile ovvero la rottura dell’hard disk con perdita dei dati. Non è possibile – mi dico – ci sono almeno 15 anni di lavoro qui dentro, oltre che migliaia di foto. “ Ho salvato su hard disk esterno, anche se non proprio tutto” mi consolo. Chiamo il tecnico che mi dà poche speranze ma mi invita a portargli il pc. “Mandiamo al recupero dei dati” – mi dice. Le tariffe sono un botto.
Da seimila euro se c’è urgenza a mille se c’è pazienza di aspettare. “Ma non è sicuro che si recuperi” mi avverte. Va bene, si procede per il tentativo, senza l’urgenza. Essere orfani del computer ormai è un problema. Mi adatto a un portatile in prestito e provo a vedere cosa c’è dentro l’hard disk esterno. Appena inserito, però, un rumore sospetto “toc toc toc” preavvisa che c’è qualcosa che non va. E, infatti, so poco dopo che non funziona, causa puntine danneggiate. “Eh no, ma rischio di perdere proprio tutto allora”.
Stessa attesa dei risultati, perché non è certo che si salvi qualcosa. Passano circa 20 giorni quando ricevo la telefonata del tecnico e il relativo responso: guasto meccanico. Dunque, ho perso tutto? Sì, e senza poter fare più nulla.  Provo  un senso di perdita quasi umano. In passerella mentale migliaia di istantanee di famiglia, scuola, scritti, indirizzi mail, pensieri, due libri pronti a metà. Azzerati. 
Ma…a chi dare la colpa? A me in primis perché avrei dovuto salvare in vari altri modi, su una nuvola per esempio, ma…mai avrei pensato mi accadesse. E ora?  
Ciò che è perso è perso ed è inutile piangerci sopra. In fin dei conti la tecnologia porta a fare troppe foto,  troppi video, troppo di tutto.  E allora ecco che la mente va all’indietro, a quando le foto si facevano contando gli scatti. 12, 24, 36 per ogni rullino. Le diapositive erano per pochi e i video? Roba da ricchi. E, prima ancora, la foto stessa era un lusso. Preziosa perché centellinata.

Come i dischi, i programmi televisivi, le canzoni, i libri. Oggi al loro posto c’è il digitale. Preciso, efficace e davvero poco costoso.

Ma ciò che ho imparato è che i colori, la musica, la vita non sono digitali. Non è nostalgia la mia ma semplice presa d’atto dei cambiamenti fin troppo veloci che ci coinvolgono, a ogni età.

I colori della Kodachrome non esistono più. Quelli digitali nulla hanno in comune con la potenza della pellicola. E il suono del vinile? La sensazione che dava è ben lontana da quella dei cd. La carta elettronica degli ebook non ha la stessa efficacia della carta vera né si può sottolineare o farci l’orecchia come segnalibro.

Siamo sotto una mano virtuale, che non ha consistenza. Che non esiste. Che può tradire da un momento all’altro. Mi chiedo… e se mancasse l’energia elettrica?   Per chi, come me, ha già vissuto senza tecnologia  non sarebbe poi troppo difficile stare senza. Ma cosa farebbero coloro che  vivono in stretta connessione? Si renderebbero conto della potenza del tempo, del tatto, della voce, degli occhi.  Dell’abbraccio?  

Che la tecnologia sia indispensabile è fuori discussione. Eppure, forse, è arrivato il momento di chiederci se si possa fare un passo indietro. Verso l’essenziale. Verso ciò che conta veramente.

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