giovedì 11 luglio 2019

A VIRCO (UD) IL CIRCO PIU’ PICCOLO CHE C’E' con MARCO GRILLO ED E.R.A. Comitato genitori Bertiolo 9 luglio 2019




Uno spettacolo interattivo che si svolge dentro un circo piccolo, con tendone piccolo, con un unico personaggio capace di fare tutto, dai giochi di magia all’ equilibrismo, coinvolgendo attivamente grandi e piccini.   
Il risultato si è dipinto nelle risate e nel divertimento generale che ha trasformato una sera d’estate in una bella occasione di socialità, molto apprezzata dalle tante persone intervenute.




Le mamme organizzatrici vestite di rosso, hanno voluto promuovere la risata tramite l’arte circense la cui magia riesce a risvegliare, con semplicità, l’animo del bambino che si nasconde in ogni persona.

domenica 7 luglio 2019

MATERA… UN RACCONTO DI PIETRA LUNGO TRENTAMILA ANNI …


           
Ha la terra argillosa Matera. Ha la faccia di pietra. La stessa, dal paleolitico, piena di buchi nella roccia, i “Sassi”  che, per trentamila anni, sono stati la casa di uomini e animali, in uno sposalizio con la miseria, quella vera, nera, ma a suo modo dignitosa e viva. 
Nel 1950 era scandalo nazionale, la “Vergogna d’Italia”, nel 1952 Alcide De Gasperi ne sentenziò la completa evacuazione
Via tutti dal Barisano, quartiere dei più abbienti, quelli che guardavano la cattedrale da davanti. 
Via tutti dal Caveoso, un canjon di 16 km, un precipizio dove i più poveri vedevano la cattedrale dal retro. Nel 1962, le ultime famiglie furono prelevate, con forza, dalle milizie.  Non volevano lasciare i loro “Sassi” per andare nelle case popolari, ma dovettero farlo. E Matera si congelò in un fantasma dai grandi ochi vuoti.
Perché non vi era umanità lì, si diceva.   
No, su questo non sarebbe d’accordo Carlo Levi, esiliato dai fascisti a Matera tra il 1935 e il 36. 
Che la città fosse una sorta di inferno di Dante sì. Che ci fosse un’infinità di bambini malati dalle mosche che passeggiavano sugli occhi sì. 
Che la vita si vivesse al limite degli stenti sì ma non che fosse orfana di umanità.  Era solo un’umanità diversa, abbandonata dalla storia, devastata dalla malaria, in un luogo di desolazione, di superstizione, di estremo e chiuso dolore eppure a suo modo ricca. Questa era Matera, un mondo di povertà e fatica, dove il tempo era immobile al cospetto del nulla e della morte. Oggi, dopo 40 anni di abbandono, Matera è rinata. 
 
Fiera della sua storia, si erge, nobile al cospetto dell’Europa dei colti, di coloro che sanno ben guardare e onorare finalmente quegli occhi bambini su cui passeggiavano le mosche. E’ maestosa Matera, “espressiva e toccante di dolente bellezza”, con le pietre bianche, i buchi nelle rocce e i musei dentro i “Sassi” narranti verità non del tutto svelate, ma sottovoce. Inspira a pieni polmoni il riscatto verso quel mondo che la disprezzava e che ora viene qui, ad ammirare la sua unicità e il vero genio delle popolazioni che sono riuscite a viverci.   
 
Sorprende Matera, a ogni faticoso passo. 

Perché di pietra liscia o corrosa sono gli scalini che conducono lassù, alle chiese rupestri, ai “Sassi” vuoti ma mai silenziosi, alla collina dell’antica Civitas, alle rupi sentinelle, ai cimiteri coperti di pietra. 
Ed è guardando dall’alto in basso, dalle cime ai burroni, che capita di sentire il respiro di una città che prima è vergogna e qualche decennio dopo è Capitale Europea della Cultura. 
 
Galoppa a quel punto l’immaginazione e tornano alla mente quei bambini con le mosche sugli occhi descritti da Levi nel libro “Cristo si è fermato a Eboli”, le loro madri, i loro padri, tutti i loro avi.  


Matera oggi è la loro rivalsa e la luminosa conferma che i cambiamenti, come i miracoli, sono sempre possibili.  Poco importa se bisogna attenderli per trentamila, lunghissimi, anni.

I NONNI NON SI COMPRANO SU INTERNET... PER FORTUNA

      


Chi sono i nonni di oggi?   
Per qualcuno sono “Bancomat”, per qualcun altro amici, unici, indispensabili, per altri noiosi, rompiscatole, impiccioni. Sono un piccolo esercito che aiuta, accudisce,  accompagna,   porta e preleva i nipoti a scuola, cerca di capire loro e i figli, e spesso sbaglia perché sconfina dal proprio ruolo, scordando che i nipoti non sono suoi. Ecco, questa è una delle cose più difficili da fare bene.

  Cosa si prova a diventare nonni? 

Fin dall’annuncio “Aspetto un bambino”, con un colpo di emozione da sconquasso, inizia la dolce attesa di una creatura che avrà un po’ del nostro sangue. O anche no, nel caso di nipoti adottivi, eppure ugualmente sognati, amati e aspettati. 

    Un bambino. Una parte di noi che ci sarà oltre il tempo riservatoci. La nostra fantasia ne delinea subito i tratti più consoni alle aspettative, magari supportati da intime ecografie tridimensionali.  Noi, in quell’attesa, siamo già nonna e nonno.

    Gioia pura per la nonna. Gioia sì ma più contenuta, senza tanti “Oddiodiodiodio”, per il nonno.  In uno dei momenti più magici della vita.

    Con il primo nipote accade qualcosa di indescrivibile e irripetibile. Come il primo appuntamento o il primo bacio.  L’annuncio porta con sé un’adrenalina che muove ogni cellula del corpo e ci fa venir voglia di urlarlo al mondo intero che saremo nonni. Proprio noi?  Ma sarà vero? Poi pensiamo a come sarà, a cosa faremo con lei, lui, all’orgoglio con cui porteremo a passeggio la carrozzina prima, poi il passeggino e poi le corse in bici e la scuola. Sentiamo già un gran calore che noi sappiamo essere amore grande e incondizionato per una creatura che verrà e sarà un prolungamento di noi.

   Ogni nipote che arriva dopo il primo porta con sé comunque una grande emozione, ma la strada è già stata percorsa ed è facile fare confronti con le volte precedenti.  

Eccolo, nostro nipote è qui.  Un bel giorno o notte, vede la luce.  L’idea di nipote si fa reale in quella creatura nella culla d’ospedale, con scritto sopra il suo nome, accompagnato da un animaletto stilizzato. Eccolo, sta lì, con i pugnetti chiusi, il respiro calmo e noi, ufficialmente promossi nonna e nonno, siamo increduli come bambini di fronte ai regali di Babbo Natale.  Dopo il “Ma è proprio vero?” e servizio fotografico già dal primo giorno, d’improvviso tornano sulla scena della mente le figure sbiadite dei nostri nonni, poi quelle dei nostri genitori, poi noi. Ci arrendiamo ai ricordi custoditi tra le pieghe della memoria, dove si nascondono ferite e strappi mai cuciti che la presenza di un nipote fa riaffiorare.

   Attorno a quella culla non ci siamo solo noi. Ci sono altri nonni, anche bisnonni, i genitori. Tutti lì, ad ammirare il nuovo venuto che sta lì, inconsapevole, all’incrocio di numerose eredità che in lui confluiscono e da cui sceglierà col tempo i mattoni per costruire la sua storia.

Sembriamo i personaggi della fiaba della Bella Addormentata nel Bosco, pronti a donare qualcosa di prezioso a questa creatura.   Salute, fortuna, amore e chissà cos’altro. Un senso di gratitudine profonda alla vita, alla figlia o al figlio, al genero o alla nuora, si dilata e ci possiede.

         E subito dopo la domanda: “A chi assomiglia?”  A noi, sicuramente. Se la nuova madre è nostra figlia, ecco scattare una specie di onnipotenza parentale e alla nonna quasi quasi sembra di averla partorita davvero quella creatura.

  Ogni volta però pensiamo che daremmo la vita per lei, per lui. La stessa emozione, solo più contenuta e meno espressa, è quella del nonno. Ma, per entrambi, quel fagottino rosa o azzurro che dorme in una culla d'ospedale è qualcosa di sacro.

    Scatta un’attrazione fatale. La stessa sensazione che si prova davanti a un’opera d’arte o quando si ascolta la musica del cuore o ci si innamora. Siamo avvolti da qualcosa che non trova parole per essere definito ma è capace di cogliere il vero senso della vita. Un’emozione forte, quasi un brivido caldo e intenso, ci coglie quando osserviamo la sua pelle più liscia del velluto, le sue mani affusolate, tenere e già forti, il suo viso già ricettivo alle carezze.  E, quando apre gli occhioni grigi-blu a mezzaluna, un po’ sonnambuli, ci si spalanca il mondo e ci chiediamo come abbiamo fatto a vivere fino ad allora senza di lei, di lui. 

   Piange? Allora ha bisogno della mamma.  Di nostra figlia, di nostra nuora.  A un tratto, la verità piomba addosso. Almeno mezzo secolo ci separa da questo neonato. Un rapido conto e scatta la certezza matematica di essere molto più datati di lui.

    Di non avere tempo per vederlo adulto. 

    Quella creatura è la testimonianza del nostro essere sulla strada della cosiddetta vecchiaia. Che noi guardiamo con un certo timore ma preferiamo pensare che avverrà in un domani ancora lontano. Noi vogliamo veder crescere i nostri nipoti, esserci negli avvenimenti importanti come compleanni, prima comunione, diploma, laurea e, perché no, matrimonio. Magari ci immaginiamo bisnonni.

    Intanto ci fermiamo al nostro essere nonni. L’istinto ci porterebbe ad andare a vedere sempre la nuova creatura, a informarci se mangia, se dorme, se sta bene.

   Per fortuna il buon senso ci frena, anche se è difficile da ascoltare. Quella creatura ci chiama, ci obbliga ad andare da lei perché ne sentiamo la mancanza, perché altrimenti stiamo male. E’ un fatto naturale, semplicemente perché siamo NONNI.

  E’ risaputo, infatti,  che più l’età avanza più si ritorni bambini.

 I vecchi godono straordinariamente dei fanciulli e i fanciulli, alla loro volta, han piacere dei vecchi. Che differenza c’è, infatti, fra loro, se non che i vecchi son rugosi e contano più anni? Il bianco dei capelli, la mancanza di denti, il corpo ridotto a cercar latte e balbettare, tutto in una parola concorda in essi. (da Elogio della pazzia, 1508 – E. da Rotterdam, Einaudi, Torino)